JOBS ACT: OGGI IN AULA LA LEGGE PER IL DIRITTO AL REINTEGRO, NESSUN RISARCIMENTO RESTITUISCE LAVORO

 

Oggi va in Aula a Montecitorio la proposta di legge presentata da Sinistra Italiana e MDP, che si ispira alla Carta del Lavoro presentata dalla Cgil e sottoscritta da oltre un milione di italiani, che restituisce il diritto al reintegro per chi viene licenziato ingiustamente.

Non c’è nessun risarcimento economico che possa restituire un posto di lavoro stabile.

Il lavoro e il diritto al reintegro dopo un ingiusto licenziamento non sono un prezzo, e il lavoro non è una merce.

La difesa del lavoro è importante ed è una priorità per noi e per il Paese.

Il PD alla difesa dei posti di lavoro invece preferisce i risarcimenti.

Oggi vedremo chi sta con i lavoratori che difendono il posto di lavoro e chi semplicemente vuole dare un prezzo ai licenziamenti.

Giorgio Airaudo

(relatore di minoranza e firmatario della proposta di Sinistra Italiana e MDP per ripristinate l’Art.18 dello Statuto dei lavoratori)

DISCUSSIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE PER IL RIPRISTINO DELL’ART.18. REINTEGRO E NON RISARCIMENTO. RELAZIONE DI MINORANZA

La riforma del Jobs Act e il decreto legislativo in materia di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23) hanno creato un sistema di tutele applicabili in caso di licenziamento illegittimo che si caratterizza per una drastica riduzione del rimedio della reintegrazione e per una chiara opzione a favore della tutela indennitaria, peraltro di scarsa rilevanza. Alla richiesta di ripensare questo nuovo sistema, che incide negativamente sui diritti dei lavoratori e anche del lavoro (in quanto la libertà di licenziamento, producendo maggiore precarietà, incide negativamente sulla stessa produttività delle imprese), la maggioranza di governo ha opposto un diniego, espresso nel mandato a riferire in senso contrario all’Assemblea, e ha immaginato una risposta del tutto inadeguata come soluzione a un problema strutturale. Tale soluzione intende scambiare la ricostituzione dei diritti dei lavoratori e del lavoro con un’ipotesi di modesto incremento dei risarcimenti in caso di licenziamento illegittimo, come se potessero considerarsi misure equivalenti e quindi intercambiabili.
La cultura politica che ha portato a introdurre i licenziamenti facili ha inaugurato in ambito giuslavoristico il principio della «rottura efficace del contratto» (efficient breach of contract) che postula la possibilità di violare la norma in cambio della corresponsione di un risarcimento economico, senza applicazione di sanzioni e, tanto meno, senza imporre l’esecuzione in forma specifica. Applicata alla materia del licenziamento, la dottrina della rottura efficace del contratto segue le ragioni imponderabili della razionalità economica, giustifica qualunque motivo opportunistico di violazione del contratto nell’interesse dell’impresa e conduce alla monetizzazione del recesso quale prevalente, se non unico, rimedio giuridico. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento del paradigma offerto dalla tutela in forma specifica (articolo 18 della legge n. 300 del 1970, cosiddetto Statuto dei lavoratori), di cui la Corte di cassazione a sezioni unite aveva sottolineato la coerenza sistematica sia con i princìpi generali dell’ordinamento, sia con il diritto del lavoratore al proprio posto, protetto dagli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione (Cassazione civile, sezioni unite, 10 gennaio 2006, n. 141), che ha subìto una sostanziale espropriazione, venendo ridotto in via di regola al diritto a una somma di denaro.
La legge di delega 10 dicembre 2014, n. 183, aveva previsto una severa limitazione del diritto alla reintegrazione per le nuove assunzioni da realizzare con il contratto di lavoro a tutele crescenti. Questo diritto risulta del tutto escluso per i licenziamenti economici — ove opera un indennizzo monetario crescente con l’anzianità di servizio — e viene fortemente limitato (se non del tutto marginalizzato) nell’ambito dei licenziamenti per motivi soggettivi. In sintesi, la tutela reintegratoria risulta operante solo in caso di licenziamento nullo e discriminatorio, nonché per la fattispecie costituita dalla «insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore» (articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 23 del 2015).
La riforma della disciplina dei licenziamenti è andata contro anche la discrezionalità di apprezzamento dei magistrati nella scelta dei rimedi applicabili e nella quantificazione del danno. La discrezionalità valutativa del giudice, ancora ampia dopo la «riforma Fornero» del 2012, è stata ridotta, di conseguenza, sia per quanto attiene alla scelta del tipo di tutela (reintegrazione o indennizzo) sia per quanto concerne il quantum del risarcimento del recesso ingiustificato, che viene rigorosamente definito a priori dallo stesso legislatore.
La riforma della disciplina dei licenziamenti introdotta dal decreto legislativo n. 23 del 2015, pertanto, ha modificato radicalmente l’assetto complessivo dei poteri e delle garanzie dei lavoratori nell’ambito del rapporto di lavoro, seguendo una cultura politica e le finalità non condivisibili. Per tale ragione, le proposte di legge C. 4388 Laforgia e C. 4610 Airaudo – che la maggioranza chiede di respingere – reintroducono una tutela incisiva dei lavoratori di fronte a licenziamenti ingiustificati, adottando una disciplina più rispettosa del dettato costituzionale. Si interviene a innovare – e non semplicemente a ripristinare – l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la materia dei licenziamenti collettivi, nel solco della proposta di legge recante la Carta dei diritti universali del lavoro (C. 4064, incardinata presso la Commissione lavoro), iniziativa popolare proposta dalla CGIL e sottoscritta da oltre un milione e centomila cittadini.
Tra i punti più innovativi merita di essere menzionata l’eliminazione del limite di quindici dipendenti per l’applicazione dell’articolo 18, che non ha più ragione di essere in un contesto produttivo nel quale la rilevanza delle imprese di minori dimensioni è mutata.
Con il nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori viene restituita prevalenza alla tutela reintegratoria rispetto a quella risarcitoria, riportando così la tutela del lavoro e la dignità dei lavoratori al centro del diritto del lavoro, consentendo che nel prossimo futuro si ritorni a un lavoro stabile e duraturo, e non alla generalizzazione progressiva di una condizione precaria del lavoro subordinato a tempo indeterminato di nuova generazione. Per raggiungere questo obiettivo, nella proposta che giunge all’esame dell’Assemblea andrebbe prevista anche l’abrogazione del decreto legislativo n. 23 del 2015, presente nella proposta di legge C. 4061 Airaudo, per garantire l’applicazione della disciplina dei licenziamenti individuali nell’ambito dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori a tutti i contratti in essere e futuri.
Inoltre, per dare maggiore organicità ed efficacia alla legge che chiediamo di approvare, va inserita l’abrogazione delle disposizioni della legge Fornero sul mercato del lavoro, che hanno contratto in maniera irragionevole i diritti dei lavoratori, rendendo costoso il ricorso alla tutela processuale dei diritti sostanziali riconosciuti in caso di licenziamento illegittimo.
Non è sufficiente, infatti, che un diritto sia riconosciuto in astratto, ma deve esserne anche garantita l’effettività, nel senso che il soggetto che subisce un torto deve avere la possibilità di poter ricorrere ad un giudice imparziale, che abbia il potere di prendere provvedimenti efficaci in tempi rapidi. Attualmente questa possibilità è ostacolata dal fatto che il processo del lavoro è diventato costoso.
Costoso perché non solo è stato esteso alle cause di lavoro il contributo unificato (molto oneroso, soprattutto per i processi di Cassazione ove non operano esenzioni in ragione del reddito), ma anche e soprattutto perché le recenti modifiche dell’articolo 92 del codice di procedura civile comportano una condanna pressoché automatica del lavoratore al pagamento delle spese in caso di soccombenza nel giudizio, anche quando tale soccombenza sia assolutamente incolpevole. Il rischio di essere condannati al pagamento di molte migliaia di euro di spese costituisce un deterrente formidabile, che sta, in effetti, portando a risultati deflativi, ma connotati da forte iniquità. È indispensabile, pertanto, ristabilire il principio storico di gratuità del processo del lavoro, come sostegno alla parte più debole del rapporto.
Infine, vorremmo che nel nuovo articolo 18 fosse espressamente inserita la previsione della reintegrazione nei casi di licenziamento discriminatorio delle persone transessuali, alle quali la Corte di giustizia dell’Unione europea già molti anni fa ha ritenuto doversi applicare il principio della parità di trattamento tra uomini e donne. Il considerando (3) della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, in materia di parità di trattamento, ha incorporato tale principio, ma la successiva legislazione italiana di recepimento non ha provveduto espressamente sul punto. È necessario che l’articolo 18 si applichi proprio a tutti i lavoratori e le lavoratrici, senza ombra di dubbio. Il rafforzamento della tutela delle persone transessuali in ambito lavoristico, in prossimità del 20 novembre, giorno in cui si ricordano le vittime dell’odio e del pregiudizio anti-transgenere (Transgender Day of Remembrance o TDoR) avrebbe un profondo significato.
La proposta di legge oggi al nostro esame guarda avanti e chiede un ripensamento sui disastri compiuti negli ultimi anni, che hanno portato all’azzeramento del diritto del lavoro. Molto semplicemente si chiede di abbandonare una cultura politica che considera innovativa l’idea secondo la quale per avere nuovi diritti sarebbe necessario cancellare quelli esistenti, a scapito dell’idea opposta, che sosteniamo, secondo la quale è possibile proiettarsi verso la futura conquista di altri diritti rafforzando quelli già conquistati.
Sarebbe un ottimo segnale per il Paese se questa Camera approvasse la nostra proposta di legge, senza nascondersi dietro il pretesto che essendo agli ultimi mesi della legislatura non ci sarebbe il tempo per approvarla in entrambi i rami del Parlamento. In ogni legislatura ci sono state leggi approvate in tempi rapidissimi, ma serve la volontà politica di farlo.

Giorgio AIRAUDO,
Relatore di minoranza.

INCENDI IN VAL SUSA: ANNULLARE LA RIFORMA MADIA E RICOSTITUIRE IL CORPO FORESTALE DELLO STATO. INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

 

Interrogazione a risposta scritta

Al Presidente del Consiglio dei Ministri

premesso che:

la Val di Susa è stata devastata dagli incendi, che hanno mandato in cenere centinaia di ettari di bosco, hanno messo a rischio la sopravvivenza di centri montani e hanno fatto evacuare centinaia di persone, compresi i circa 200 pazienti di una casa di cura.

il primo rogo è scoppiato domenica 22 ottobre a Bussoleno, in località Calusetto. Si pensava all’inizio che si trattasse di fiamme che potevano essere circoscritte nel giro di poco tempo, invece si è verificato un danno incalcolabile;

quanto accaduto ha fatto tornare gli interrogativi che erano già emersi in estate, quando in Campania le fiamme hanno avvolto buona parte del Parco nazionale del Vesuvio;

le responsabilità degli incendi vanno certamente individuate nella mano dell’uomo, perché è chiara la natura dolosa del disastro. Ma va evidenziato anche come ci siano palesi difficoltà sul fronte degli interventi;

Silvano Landi, ex generale del Corpo Forestale dello Stato in pensione ed ex direttore della Scuola di Cittaducale, dove è stato docente per generazioni di forestali, e in passato anche docente universitario di lotta agli incendi ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Stampa, nella quale spiega che «è stato un anno disastroso sul fronte degli incendi», anche per colpa della «disorganizzazione»;

Landi ha dichiarato: «Quest’estate in Abruzzo i boschi del monte Morrone sono bruciati per venti giorni consecutivi, altrettanti al monte Giano, ora in Val di Susa. Ritengo che in parte la colpa dipenda dalla riforma Madia, con il passaggio di consegne dal Corpo forestale agli altri corpi, i carabinieri e i vigili del fuoco, la cui specificità erano fino a poco tempo fa le città e gli edifici, non i boschi»;

l’ex generale lamenta una scarsa preparazione e denuncia il fatto che i mezzi restano fermi: «Ogni giorno ricevo lettere di ex forestali, transitati nei pompieri, che non vengono impiegati per gli incendi boschivi. Tra loro ci sono anche piloti. E, per problemi burocratici, una parte degli elicotteri passata ai vigili del fuoco non si è alzata in volo. Problemi che probabilmente si risolveranno, ma non si deve perdere tempo»;

l’errore, secondo Landi, è pensare che per spegnere gli incendi siano sufficienti lanci d’acqua dal cielo, ma non è così, perché bisogna affiancare altri interventi a terra che richiedono preparazione anche dei volontari, che purtroppo invece a volte non hanno specializzazioni, e occorre fare la prevenzione;

la prevenzione comporta avere un censimento aggiornato delle risorse idriche, conoscere i sentieri per poter penetrare nel bosco quando c’è l’emergenza, sfruttare tecnologie come il telerilevamento, fare turni di vigilanza, educare ai comportamenti corretti da tenere nel bosco. Invece, uno dei problemi del passaggio di consegne è che i comandi dei vigili del fuoco sono in genere nei capoluoghi, mentre i forestali stavano più vicini ai boschi;

è ormai chiaro che la scioglimento del Corpo forestale dello Stato ha disperso un enorme patrimonio di professionalità, competenza e specializzazioni. In questo momento ci sono tanti ex forestali trasferiti presso altre amministrazioni dello Stato, ad esempio le sovrintendenze ai beni archeologici, mentre abbiamo bravi carabinieri, ma senza esperienza e professionalità specifica che devono fare anche i forestali;

per sapere:

se non intenda annullare la riforma Madia, ricostituendo al più presto il disciolto Corpo forestale dello Stato o provvedendo ad un intervento che possa risultare equivalente, nella consapevolezza di aver commesso un errore dalle conseguenze devastanti.

Giorgio Airaudo

 

RIDARE DIRITTI AL LAVORO E AI LAVORATORI. INIZIATO ITER PROPOSTA LEGGE DI SINISTRA ITALIANA E MDP PER REINTRODURRE ART. 18

 

 

Finalmente oggi è partita la discussione sul testo unificato di Sinistra Italiana e Art. 1 MDP per reintrodurre le garanzie contenute nell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Testo che prende lo spunto dalla Carta dei Diritti presentata dalla CGIL.

Il ripristino del reintegro contro l’ingiusto licenziamento è una battaglia per ricostruire il valore del lavoro dopo anni in cui si sono cancellati diritti.

Per noi la difesa del lavoro non solo è importante ma è una nostra priorità. Ora la commissione finisca i suoi lavori in tempo per mandare in Aula a Montecitorio la legge il 20 novembre prossimo.

E’ necessario che il PD e chi ha a cuore il lavoro e i lavoratori approvi insieme a noi questa importante legge. In caso contrario si assumerà la responsabilità dello spaventoso aumento dei licenziamenti incolpevoli e di quelli collettivi che stanno rafforzando la precarietà e generando insicurezza sociale.

Giorgio Airaudo

ILVA: NON SI PUO’ PERDERE NESSUN POSTO DI LAVORO. IL GOVERNO FACCIA RISPETTARE I PATTI AD AZIENDA E NON SI APPLICHI IL JOBS ACT

Delegazione di Sinistra Italiana e Possibile a Genova

Questa mattina con una delegazione di Sinistra Italiana e Possibile insieme all’On. Luca Pastorino, al consigliere regionale Gianni Pastorino e al coordinatore di Sinistra Italiana Genova Bruno Pastorino, abbiamo incontrato i lavoratori e le lavoratrici e ha partecipato alla manifestazione indetta a Genova dalla FIOM-CGIL a tutela dei lavoratori Ilva.

La difesa dello stabilimento di Genova equivale a difendere la siderurgia in Italia. Genova ha già pagato un prezzo altissimo nel 2005 con l’ambientalizzazione dello stabilimento. Adesso è impensabile che la cessione dell’azienda provochi una diminuzione di personale, la parola esuberi non può essere neanche presa in considerazione. Non si può perdere un solo posto di lavoro, non si possono perdere diritti.

Il Governo che non sta facendo il suo lavoro.

Gli accordi che i lavoratori di Genova hanno conquistato devono essere rispettati. Il ministro Calenda e l’esecutivo devono farli rispettare anche alla multinazionale indiana. E’ impensabile che chi passa alle dipendenze della multinazionale Anselor-Mittal venga penalizzato nei diritti.

Il Jobs Act non deve essere applicato in questa operazione. Non un posto di lavoro deve andare perso.

Giorgio Airaudo

A FIANCO DEI LAVORATORI DELL’ILVA GENOVA E DELLA FIOM PER DIFENDERE IL LAVORO

Sinistra Italiana è al fianco dei lavoratori che stanno occupando lo stabilimento Ilva di Genova Cornigliano.
La difesa del lavoro e dell’occupazione è per noi la priorità del Paese. Le garanzie del governo sul piano industriale, che a livello nazionale taglia 4.000 posti di lavoro dei quali 600 a Genova, presentato dalla nuova proprietà del gruppo siderurgico sono inaccettabili.
Il governo ci deve convincere di non avere fatto un pasticcio accettando i tagli e scambiando i diritti dei lavoratori con il Jobs Act. Ora di fronte a questa situazione c’è un’unica strada percorribile: Il governo, i commissari e l’azienda aprano un’autentica trattativa partendo dalla salvaguardia di tutti i posti di lavoro, indotto compreso, senza la tagliola del Jobs Act.
Le nuove norme renziane sul lavoro non solo non hanno creato nuova occupazione, ma hanno svalutato il lavoro esistente esponendo i lavoratori al ricatto della multinazionali.
Nei prossimi giorni saremo a Genova con i lavoratori.
Giorgio Airaudo

GENTILONI FACCIA UNA COSA DI SINISTRA E BLOCCHI AUMENTO AUTOMATICO DELL’ETA’ PENSIONABILE

 Si allarga il fronte di quanti stanno chiedendo lo stop all’innalzamento automatico dell’età pensionabile.
Un fronte variegato visto che comprende un Ministro e un Presidente di Commissione, oltre alle rappresentanze sindacali e forze politiche di opposizione.
E’ necessario rinviare in maniera strutturale l’adeguamento automatico.
Il premier Gentiloni faccia una cosa di sinistra e impedisca questo ennesimo schiaffo ai danni di tanti lavoratori e lavoratrici.
Solo l’idea di alzare ancora l’età minima per andare in pensione è da irresponsabili. Già oggi in Italia si lavora molto di più che negli altri paesi dell’Ue, semmai andrebbe cancellata la legge Fornero per permettere a chi ha i requisiti di andare in pensione prima.
Mandare i lavoratori in pensione più tardi non serve a nessuno, neanche alle imprese.
In questi anni i lavoratori sono stati usati come Bancomat per mettere a posto i conti, come la riforma Fornero insegna.
Per riparare i danni prodotti serve una riforma che riduca l’età pensionabile distinguendo e riconoscendo la fatica nei diversi lavori.
Giorgio Airaudo

OPERAIO MORTO A MIRAFIORI, PRESENTATA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Il 9 ottobre 2017 nell’area Drosso della Fiat Mirafiori è morto un operaio, dipendente della Villanova, società incaricata della movimentazione dei materiali e delle vetture nello scalo ferroviario interno di FCA.

Si tratta dell’ennesimo incidente mortale che coinvolge un lavoratore di una ditta esterna che svolge attività negli stabilimenti di FCA, a poche ore dal richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle aziende che impongono ai lavoratori condizioni di sicurezza molto al di sotto degli standard.

«É inconcepibile che tra le vittime di infortunio sul lavoro ci siano ragazzi giovanissimi» ha detto in un messaggio all’associazione delle vittime degli infortuni del lavoro (Anmil).

Nella sola giornata del 9 ottobre, da Nord a Sud, la strage del lavoro ha fatto per 4 vittime (oltre al manovratore conto-terzista della Fiat di Mirafiori a Torino, 2 morti nell’Agrigentino e 1 nella provincia di Ascoli Piceno) e due feriti in provincia di Bergamo e di Verona;

Questa tragica e «inconcepibile» statistica vede – sino ad agosto 2017– 421.969 infortuni, di cui 682 infortuni mortali già denunciati rispetto al 2016.

L’Inail registra che l’aumento degli infortuni è di oltre il 5% nel primo semestre 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016 e, particolarmente grave, un aumento di oltre il 10% degli infortuni mortali nel comparto dell’industria e dei servizi.

il Segretario della Fiom Cgil Torino, Federico Bellono, ha dichiarato che “Con la parziale ripresa dell’attività in molti stabilimenti metalmeccanici riprende a crescere anche il drammatico bilancio degli infortuni. Troppo spesso vittime di gravissimi episodi come quello di oggi sono lavoratori delle ditte esterne, degli appalti e dei subappalti: dal collaudatore morto sulla pista di Balocco due anni fa al manutentore folgorato a Mirafiori a gennaio fino al manovratore deceduto oggi. Tutto questo è inaccettabile. Vanno accertate al più presto le responsabilità ed aumentati i controlli sulla sicurezza”.

Oltre alle responsabilità dell’azienda per cui lavorava l’operaio di Torino, è chiaro che quando si parla di appalti, oltre alla necessità di più controlli, bisogna ricondurre al committente, in questo caso FCA, la responsabilità di ciò che avviene nelle ditte appaltatrici: occorre salvaguardare la salute e la sicurezza di tutti i lavoratori presenti nel sito, dai lavoratori dipendenti di FCA ai soci lavoratori della cooperativa in subappalto perché non è scaricando sull’anello più debole della catena e comprimendo i costi sulla sicurezza che le aziende sane competono sul mercato.

in situazioni come questa sarebbe necessario che i lavoratori possano avere come rifermento i Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza di Sito che, su un tema così importante, superino la frammentazione delle attività lavorative.

Ho presentato un’interrogazione al Ministro del lavoro per sapere quali iniziative intenda intraprendere per ottenere che i lavoratori di ditte appaltatrici e sub-appaltatrici possano, in materia di salute e sicurezza, avere come riferimento i Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza di Sito, superando la frammentazione delle attività lavorative e riconducendo al committente, nel caso in premesso la FCA, la responsabilità di ciò che avviene nelle ditte appaltatrici.

Giorgio

LAVORATORI GIG ECONOMY DA FREELANCE O COLLABORATORI A DIPENDENTI Risoluzione di Sinistra Italiana-Possibile in commissione Lavoro

L’economia italiana è entrata nell’epoca caratterizzata dal dominio del digitale e accanto a nuove possibilità offerte nel mondo del lavoro si sono diffuse anche nuove pratiche di ipersfruttamento dei lavoratori. La Gig economy ne è la dimostrazione. L’esempio più clamoroso è quello di Foodora, società attiva nel servizio di consegna a domicilio mediante l’utilizzo di una piattaforma digitale. La crescita dei servizi prestati ai clienti ha di fatto diminuito i salari e le tutele dei lavoratori e pone un problema dell’inquadramento dei lavoratori della Gig economy.

Ho presentato una risoluzione in commissione Lavoro di Montecitorio che impegna il Governo ad assumere iniziative, anche normative, per definire un quadro di tutele e diritti per i lavoratori della Gig economy.

I fattorini e i promoter che lavorano per Foodora Italia o Deliveroo non sono dipendenti, prosegue Airaudo, ma liberi professionisti assunti con un contratto di collaborazione coordinata, senza nessun diritto a ferie, copertura per infortuni o malattie pagate. Quest’attività lavorativa, si colloca in una zona grigia tra il lavoro da freelance e quello da dipendente. E’ necessario intervenire per restituire dignità alle persone e al lavoro e contrastare l’idea che questo lavoro sia un modo di guadagnare andando in bici. Vanno introdotte misure di contrasto all’ultra precarietà di lavori con un livello di retribuzione troppo basso per permettere a un lavoratore di sopravvivere lavorando esclusivamente nella Gig economy. I contratti di lavoro della Gig economy, poiché si concretizzano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e con modalità di esecuzione organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, vanno ricondotti alla disciplina del rapporto di lavoro subordinato. L’Italia in questi anni ha perso migliaia di posti di lavoro ed ha una disoccupazione giovanile altissima non può confinare intere generazioni tra disoccupazione e lavoro povero.

 

Giorgio

 

COMITAL DI VOLPIANO: INACCETTABILE LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO. NON DEVONO PAGARE I LAVORATORI L’INCAPACITA’ DI CHI HA GESTITO L’IMPRESA IN QUESTI ANNI. INTERROGAZIONE URGENTE IN PARLAMENTO

L’inatteso annuncio della chiusura dello stabilimento e il licenziamento collettivo dei 138 dipendenti della Comital di Volpiano con la messa in liquidazione volontaria della società va respinto. E’ inaccettabile che siano licenziati tutti i lavoratori da parte di un’azienda che ha prodotti e mercato, facendo pagare a chi lavora l’incapacità di chi ha gestito l’impresa in questi anni.

Nella prima metà di luglio tutti i lavoratori avevano già scioperato per tre giorni per sollecitare l’azienda a presentare un credibile piano industriale in grado di rilanciare l’attività produttiva, ma questo non era mai arrivato; La proprietà della Comital fino a due anni fa era di Corrado Ariaudo, che ha ceduto alla AEDI il ramo di attività della laminazione, conservando però la proprietà degli immobili industriali del sito di Volpiano e dei marchi Cuki, Domopack, Arifles, Fts.

La vendita del ramo d’impresa e ora la chiusura sono un tentativo dell’imprenditore di massimizzare il profitto con la vendita spacchettata dell’azienda e la volontà della nuova proprietà di trasferire in Francia o altrove la produzione a tutto danno e detrimento dell’economia italiana, del territorio di Volpiano e della distruzione dei posti di lavoro, delle competenze professionali e delle capacità produttive in un territorio che ha già pagato duramente la crisi di questi anni;

la Regione Piemonte già a giugno aveva dichiarato la propria disponibilità a mettere in campo gli strumenti a propria disposizione per salvaguardare i posti di lavoro e la produzione sul territorio, ma va revocata la decisione di chiudere l’azienda.

i lavoratori, riuniti in assemblea il 31 luglio, hanno deciso il presidio permanente dell’azienda per opporsi alla cessazione dell’attività e al licenziamento.

Ho presentato una interrogazione urgente al Ministro dello sviluppo economico al Ministro del lavoro per sapere quali iniziative intendano attivare per impedire la chiusura della Comital salvaguardando la produzione sul territorio di Volpiano, i posti di lavoro e impedendo il danneggiamento dell’economia italiana.

Giorgio