DISCUSSIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE PER IL RIPRISTINO DELL’ART.18. REINTEGRO E NON RISARCIMENTO. RELAZIONE DI MINORANZA

La riforma del Jobs Act e il decreto legislativo in materia di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23) hanno creato un sistema di tutele applicabili in caso di licenziamento illegittimo che si caratterizza per una drastica riduzione del rimedio della reintegrazione e per una chiara opzione a favore della tutela indennitaria, peraltro di scarsa rilevanza. Alla richiesta di ripensare questo nuovo sistema, che incide negativamente sui diritti dei lavoratori e anche del lavoro (in quanto la libertà di licenziamento, producendo maggiore precarietà, incide negativamente sulla stessa produttività delle imprese), la maggioranza di governo ha opposto un diniego, espresso nel mandato a riferire in senso contrario all’Assemblea, e ha immaginato una risposta del tutto inadeguata come soluzione a un problema strutturale. Tale soluzione intende scambiare la ricostituzione dei diritti dei lavoratori e del lavoro con un’ipotesi di modesto incremento dei risarcimenti in caso di licenziamento illegittimo, come se potessero considerarsi misure equivalenti e quindi intercambiabili.
La cultura politica che ha portato a introdurre i licenziamenti facili ha inaugurato in ambito giuslavoristico il principio della «rottura efficace del contratto» (efficient breach of contract) che postula la possibilità di violare la norma in cambio della corresponsione di un risarcimento economico, senza applicazione di sanzioni e, tanto meno, senza imporre l’esecuzione in forma specifica. Applicata alla materia del licenziamento, la dottrina della rottura efficace del contratto segue le ragioni imponderabili della razionalità economica, giustifica qualunque motivo opportunistico di violazione del contratto nell’interesse dell’impresa e conduce alla monetizzazione del recesso quale prevalente, se non unico, rimedio giuridico. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento del paradigma offerto dalla tutela in forma specifica (articolo 18 della legge n. 300 del 1970, cosiddetto Statuto dei lavoratori), di cui la Corte di cassazione a sezioni unite aveva sottolineato la coerenza sistematica sia con i princìpi generali dell’ordinamento, sia con il diritto del lavoratore al proprio posto, protetto dagli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione (Cassazione civile, sezioni unite, 10 gennaio 2006, n. 141), che ha subìto una sostanziale espropriazione, venendo ridotto in via di regola al diritto a una somma di denaro.
La legge di delega 10 dicembre 2014, n. 183, aveva previsto una severa limitazione del diritto alla reintegrazione per le nuove assunzioni da realizzare con il contratto di lavoro a tutele crescenti. Questo diritto risulta del tutto escluso per i licenziamenti economici — ove opera un indennizzo monetario crescente con l’anzianità di servizio — e viene fortemente limitato (se non del tutto marginalizzato) nell’ambito dei licenziamenti per motivi soggettivi. In sintesi, la tutela reintegratoria risulta operante solo in caso di licenziamento nullo e discriminatorio, nonché per la fattispecie costituita dalla «insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore» (articolo 3, comma 2, del decreto legislativo n. 23 del 2015).
La riforma della disciplina dei licenziamenti è andata contro anche la discrezionalità di apprezzamento dei magistrati nella scelta dei rimedi applicabili e nella quantificazione del danno. La discrezionalità valutativa del giudice, ancora ampia dopo la «riforma Fornero» del 2012, è stata ridotta, di conseguenza, sia per quanto attiene alla scelta del tipo di tutela (reintegrazione o indennizzo) sia per quanto concerne il quantum del risarcimento del recesso ingiustificato, che viene rigorosamente definito a priori dallo stesso legislatore.
La riforma della disciplina dei licenziamenti introdotta dal decreto legislativo n. 23 del 2015, pertanto, ha modificato radicalmente l’assetto complessivo dei poteri e delle garanzie dei lavoratori nell’ambito del rapporto di lavoro, seguendo una cultura politica e le finalità non condivisibili. Per tale ragione, le proposte di legge C. 4388 Laforgia e C. 4610 Airaudo – che la maggioranza chiede di respingere – reintroducono una tutela incisiva dei lavoratori di fronte a licenziamenti ingiustificati, adottando una disciplina più rispettosa del dettato costituzionale. Si interviene a innovare – e non semplicemente a ripristinare – l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la materia dei licenziamenti collettivi, nel solco della proposta di legge recante la Carta dei diritti universali del lavoro (C. 4064, incardinata presso la Commissione lavoro), iniziativa popolare proposta dalla CGIL e sottoscritta da oltre un milione e centomila cittadini.
Tra i punti più innovativi merita di essere menzionata l’eliminazione del limite di quindici dipendenti per l’applicazione dell’articolo 18, che non ha più ragione di essere in un contesto produttivo nel quale la rilevanza delle imprese di minori dimensioni è mutata.
Con il nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori viene restituita prevalenza alla tutela reintegratoria rispetto a quella risarcitoria, riportando così la tutela del lavoro e la dignità dei lavoratori al centro del diritto del lavoro, consentendo che nel prossimo futuro si ritorni a un lavoro stabile e duraturo, e non alla generalizzazione progressiva di una condizione precaria del lavoro subordinato a tempo indeterminato di nuova generazione. Per raggiungere questo obiettivo, nella proposta che giunge all’esame dell’Assemblea andrebbe prevista anche l’abrogazione del decreto legislativo n. 23 del 2015, presente nella proposta di legge C. 4061 Airaudo, per garantire l’applicazione della disciplina dei licenziamenti individuali nell’ambito dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori a tutti i contratti in essere e futuri.
Inoltre, per dare maggiore organicità ed efficacia alla legge che chiediamo di approvare, va inserita l’abrogazione delle disposizioni della legge Fornero sul mercato del lavoro, che hanno contratto in maniera irragionevole i diritti dei lavoratori, rendendo costoso il ricorso alla tutela processuale dei diritti sostanziali riconosciuti in caso di licenziamento illegittimo.
Non è sufficiente, infatti, che un diritto sia riconosciuto in astratto, ma deve esserne anche garantita l’effettività, nel senso che il soggetto che subisce un torto deve avere la possibilità di poter ricorrere ad un giudice imparziale, che abbia il potere di prendere provvedimenti efficaci in tempi rapidi. Attualmente questa possibilità è ostacolata dal fatto che il processo del lavoro è diventato costoso.
Costoso perché non solo è stato esteso alle cause di lavoro il contributo unificato (molto oneroso, soprattutto per i processi di Cassazione ove non operano esenzioni in ragione del reddito), ma anche e soprattutto perché le recenti modifiche dell’articolo 92 del codice di procedura civile comportano una condanna pressoché automatica del lavoratore al pagamento delle spese in caso di soccombenza nel giudizio, anche quando tale soccombenza sia assolutamente incolpevole. Il rischio di essere condannati al pagamento di molte migliaia di euro di spese costituisce un deterrente formidabile, che sta, in effetti, portando a risultati deflativi, ma connotati da forte iniquità. È indispensabile, pertanto, ristabilire il principio storico di gratuità del processo del lavoro, come sostegno alla parte più debole del rapporto.
Infine, vorremmo che nel nuovo articolo 18 fosse espressamente inserita la previsione della reintegrazione nei casi di licenziamento discriminatorio delle persone transessuali, alle quali la Corte di giustizia dell’Unione europea già molti anni fa ha ritenuto doversi applicare il principio della parità di trattamento tra uomini e donne. Il considerando (3) della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, in materia di parità di trattamento, ha incorporato tale principio, ma la successiva legislazione italiana di recepimento non ha provveduto espressamente sul punto. È necessario che l’articolo 18 si applichi proprio a tutti i lavoratori e le lavoratrici, senza ombra di dubbio. Il rafforzamento della tutela delle persone transessuali in ambito lavoristico, in prossimità del 20 novembre, giorno in cui si ricordano le vittime dell’odio e del pregiudizio anti-transgenere (Transgender Day of Remembrance o TDoR) avrebbe un profondo significato.
La proposta di legge oggi al nostro esame guarda avanti e chiede un ripensamento sui disastri compiuti negli ultimi anni, che hanno portato all’azzeramento del diritto del lavoro. Molto semplicemente si chiede di abbandonare una cultura politica che considera innovativa l’idea secondo la quale per avere nuovi diritti sarebbe necessario cancellare quelli esistenti, a scapito dell’idea opposta, che sosteniamo, secondo la quale è possibile proiettarsi verso la futura conquista di altri diritti rafforzando quelli già conquistati.
Sarebbe un ottimo segnale per il Paese se questa Camera approvasse la nostra proposta di legge, senza nascondersi dietro il pretesto che essendo agli ultimi mesi della legislatura non ci sarebbe il tempo per approvarla in entrambi i rami del Parlamento. In ogni legislatura ci sono state leggi approvate in tempi rapidissimi, ma serve la volontà politica di farlo.

Giorgio AIRAUDO,
Relatore di minoranza.