Difendere una storia collettiva

Ci sono idee, temi, persone che sono rimasti fuori per troppo tempo dai luoghi della politica. Luoghi fisici dove vengono prese le scelte per un intero paese, luoghi immaginari dove viene raccontata in modo incompleto l’Italia di questi anni. Non si può parlare di lavoro senza rappresentanza, non si può lasciare il sindacato fuori dalle fabbriche, la democrazia ai cancelli: i lavoratori sono stati lasciati soli, il sindacato non può essere ridotto a mera testimonianza.

Il lavoro e i suoi diritti devono tornare ad essere protagonisti, a contare. È inaccettabile che si parli di lavoro solamente in occasione di tragedie, di proteste disperate, di lavoratori e lavoratrici sui tetti delle loro fabbriche. Non è possibile che gli operai e le operaie vengano consultati soltanto durante finti referendum.

Le ragioni del lavoro sono quelle che voglio rappresentare.

L’eresia di poter scegliere

Quando si dice che non esistono alternative la politica scompare, perde il senso della propria funzione. Troppo spesso ci vengono presentate soluzioni uniche, inevitabili: non si può che subire la precarietà, non si può che aumentare l’età pensionabile, non si può che sottostare alle scelte della speculazione finanziaria. Questo non è vero, è sulle alternative che bisognerebbe esercitarsi. Questo è la politica: la ricerca di un’alternativa. Non è un’eresia pensare di poter tagliare le spese militari al posto di ridurre le risorse al welfare. Non è utopia immaginare un mercato del lavoro con maggiori garanzie capaci di ridurre la precarietà. Non è roba da sognatori credere nella creazione di posti di lavoro con intelligenti politiche dello Stato e innovative gestioni dei servizi pubblici al posto della loro privatizzazione.

Dobbiamo pensare ad un nuovo modello di sviluppo, misurandoci con i limiti energetici e ambientali, anche affrontando le contraddizioni del lavoro. Dovremmo decidere quali produzioni sono strategiche per il Paese, incentivare nuovi prodotti e una mobilità diversa.

La politica è soprattutto possibilità di scegliere.

Giorgio

Airaudo a Repubblica.it: le contraddizioni di Marchionne

“Fino a poche settimane fa responsabile del settore auto per la Fiom, ora candidato alla Camera con Sel, Giorgio Airaudo era in platea al teatro Carignano di Torino per ascoltare l’intervista del direttore di Repubblica Ezio Mauro all’amministratore delegato della Fiat. “Lo schema di Marchionne è sostenere che non ci si possono permettere diritti e libertà se si vuole competere con il mondo”, dice Ariaudo. E all’accusa dell’ad secondo cui le bandiere rosse fuori dagli stabilimenti spaventano gli investitori esteri, l’ex sindacalista risponde: “Sono sciocchezze, propaganda come sull’articolo 18”

Repubblica.it

Diamo voce al lavoro

In queste giornate di campagna elettorale incontro spesso gruppi di lavoratori che vogliono confrontarsi, cosa non nuova per uno che ha sempre fatto il sindacalista. La differenza questa volta è che io sono lì a raccontare le ragioni della scelta di candidarmi.

Il perché lo vado ripetendo in ogni occasione: le lavoratrici e i lavoratori sono stati lasciati soli dalla politica di questi anni. Non che essa non si sia occupata di loro, il problema è che quando lo ha fatto è stato per ridurne i diritti, le garanzie, la rappresentanza.
A me piace chiamarla “solitudine dei lavoratori”, il punto è chiaro: non ci possiamo più permettere una politica che non abbia come priorità il lavoro e i suoi diritti. Questo le persone che incontro lo sanno benissimo, è un altro il problema che mi trovo spesso di fronte. La “solitudine” ha prodotto in chi lavora una totale sfiducia nella politica, ed è questa la distanza che sto misurando in questi giorni. Infatti prima ancora che cercare consenso sul programma che intendo attuare, mi trovo a dover convincere in merito all’utilità di andare a votare.

Non è facile, la disillusione è tanta, e per buona parte comprensibile. Rimane il fatto, forse banale ma assolutamente vero, che se i lavoratori decideranno di non occuparsi di politica, quest’ultima di certo si occuperà di loro e delle loro vite. E certamente non possiamo più permetterci un altro ventennio di politiche di destra che in nome delle ragioni del mercato e dei suoi interessi hanno aumentato le disuguaglianze, imposto la precarietà, negato diritti e democrazia nei luoghi di lavoro e fuori.
Non è questo il momento di vendere illusioni o false promesse, si tratta piuttosto di raccogliere una sfida e provare a giocarla tutti/e insieme. Una politica che si occupi del lavoro è da ricostruire ed è l’unica vera ricetta, io credo, per uscire in maniera dignitosa da questa crisi. Questo chiedo ai lavoratori e alle lavoratrici che incontro in questi giorni, con la stessa onestà e franchezza di sempre.

Solo se noi occupiamo la politica, questa si occuperà del lavoro!

Giorgio